21. Just al davant de la barberia

Vinyeta 21

Títol

Comença amb J.

Lema

Blau elèctric = Tumefacció produïda al peu per la caiguda d’una planxa.

Poema model

CANTO XXXIV

          « Vexilla regis prodeunt inferni
verso di noi; però dinanzi mira »,
disse ’l maestro mio, « se tu ’l discerni ».
          Come quando una grossa nebbia spira,
o quando l’emisperio nostro annotta,
par di lungi un molin che ’l vento gira,
          veder mi parve un tal dificio allotta;
poi per lo vento mi ristrinsi retro
al duca mio, ché non lì era altra grotta.
          Già era, e con paura il metto in metro,
là dove l’ombre tutte eran coperte,
e trasparien come festuca in vetro.
          Altre sonno a giacere; altre stanno erte,
quella col capo e quella con le piante;
altra, com’ arco, il volto a’ piè rinverte.
          Quando noi fummo fatti tanto avante,
ch’al mio maestro piacque di mostrarmi
la creatura ch’ebbe il bel sembiante,
          d’innanzi mi si tolse e fé restarmi,
« Ecco Dite », dicendo, « ed ecco il loco
ove convien che di fortezza t’armi ».
          Com’ io divenni allor gelato e fioco,
nol dimandar, lettor, ch’i’ non lo scrivo,
però ch’ogne parlar sarebbe poco.
          Io non mori’ e non rimasi vivo;
pensa oggimai per te, s’hai fior d’ingegno,
qual io divenni, d’uno e d’altro privo.
          Lo ’mperador del doloroso regno
da mezzo ’l petto uscia fuor de la ghiaccia;
e più con un gigante io mi convegno,
          che i giganti non fan con le sue braccia:
vedi oggimai quant’ esser dee quel tutto
ch’a così fatta parte si confaccia.
          S’el fu sì bel com’ elli è ora brutto,
e contra ’l suo fattore alzò le ciglia,
ben dee da lui procedere ogne lutto.
          Oh quanto parve a me gran maraviglia
quand’ io vidi tre facce a la sua testa!
L’una dinanzi, e quella era vermiglia;
          l’altr’ eran due, che s’aggiungnieno a questa
sovresso ’l mezzo di ciascuna spalla,
e sé giugneno al loco de la cresta:
          e la destra parea tra bianca e gialla;
la sinistra a vedere era tal, quali
vegnon di là onde ’l Nilo s’avvalla.
          Sotto ciascuna uscivan due grand’ ali,
quanto si convenia a tanto uccello:
vele di mar non vid’ io mai cotali.
          Non avean penne, ma di vispistrello
era lor modo; e quelle svolazzava,
sì che tre venti si movean da ello:
          quindi Cocito tutto s’aggelava.
Con sei occhi piangëa, e per tre menti
gocciava ’l pianto e sanguinosa bava.
          Da ogne bocca dirompea co’ denti
un peccatore, a guisa di maciulla,
sì che tre ne facea così dolenti.
          A quel dinanzi il mordere era nulla
verso ’l graffiar, che talvolta la schiena
rimanea de la pelle tutta brulla.
          « Quell’ anima là sù c’ha maggior pena »,
disse ’l maestro, « è Giuda Scarïotto,
che ’l capo ha dentro e fuor le gambe mena.
          De li altri due c’hanno il capo di sotto,
quel che pende dal nero ceffo è Bruto:
vedi come si storce, e non fa motto!;
          e l’altro è Cassio, che par sì membruto.
Ma la notte risurge, e oramai
è da partir, ché tutto avem veduto ».
          Com’ a lui piacque, il collo li avvinghiai;
ed el prese di tempo e loco poste,
e quando l’ali fuoro aperte assai,
          appigliò sé a le vellute coste;
di vello in vello giù discese poscia
tra ’l folto pelo e le gelate croste.
          Quando noi fummo là dove la coscia
si volge, a punto in sul grosso de l’anche,
lo duca, con fatica e con angoscia,
          volse la testa ov’ elli avea le zanche,
e aggrappossi al pel com’ om che sale,
sì che ’n inferno i’ credea tornar anche.
          « Attienti ben, ché per cotali scale »,
disse ’l maestro, ansando com’ uom lasso,
« conviensi dipartir da tanto male ».
          Poi uscì fuor per lo fóro d’un sasso
e puose me in su l’orlo a sedere;
appresso porse a me l’accorto passo.
          Io levai li occhi e credetti vedere
Lucifero com’ io l’avea lasciato,
e vidili le gambe in sù tenere;
          e s’io divenni allora travagliato,
la gente grossa il pensi, che non vede
qual è quel punto ch’io avea passato.
          « Lèvati sù », disse ’l maestro, « in piede:
la via è lunga e ’l cammino è malvagio,
e già il sole a mezza terza riede ».
          Non era camminata di palagio
là ’v’ erevam, ma natural burella
ch’avea mal suolo e di lume disagio.
          « Prima ch’io de l’abisso mi divella,
maestro mio », diss’ io quando fui dritto,
« a trarmi d’erro un poco mi favella:
          ov’ è la ghiaccia? e questi com’ è fitto
sì sottosopra? e come, in sì poc’ ora,
da sera a mane ha fatto il sol tragitto? ».
          Ed elli a me: « Tu imagini ancora
d’esser di là dal centro, ov’ io mi presi
al pel del vermo reo que ’l mondo fóra.
          Di là fosti cotanto quant’ io scesi;
quand’ io mi volsi, tu passasti ’l punto
al qual si traggon d’ogne parte i pesi.
          E se’ or sotto l’emisperio giunto
ch’è contraposto a quel che la gran secca
coverchia, e sotto ’l cui colmo consunto
          fu l’uom che nacque e visse senza pecca;
tu haï i piedi in su picciola spera
che l’altra faccia fa de la Giudecca.
          Qui è da man, quando di là è sera;
e questi, che ne fé scala col pelo,
fitto è ancora sì come prim’ era.
          Da questa parte cadde giù dal cielo;
e la terra, che pria di qua si sporse,
per paura di lui fé del mar velo,
          e venne a l’emisperio nostro; e forse
per fuggir lui lasciò qui loco vòto
quella ch’appar di qua, e sù ricorse ».
          Luogo è là giù da Belzebù remoto
tanto quanto la tomba si distende,
che non per vista, ma per suono è noto
          d’un ruscelletto che quivi discende
per la buca d’un sasso, ch’elli ha roso,
col corso ch’elli avvolge, e poco pende.
          Lo duca e io per quel cammino ascoso
intrammo a ritornar nel chiaro mondo;
e sanza cura aver d’alcun riposo,
          salimmo sù, el primo e io secondo,
tanto ch’i’ vidi de le cose belle
che porta ’l ciel, per un pertugio tondo.
          E quindi uscimmo a riveder le stelle.

Dante Alighieri

Edició consultada:
Inferno.
La Commedia secondo l’antica vulgata.
Milano, Mondadori, 1975.

Canto XXXIV

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